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«Che devono dunque fare i cristiani nella polis, oggi? Se devo dire la mia impressione, essa è che, per lo più, la risposta non è frutto di meditazione che investa il problema nelle sue profondità, vedendolo nelle sue connessioni con tutti gli altri problemi umani e perciò nel suo significato umano: per lo più si è spinti a rispondere da elementi o forze che ci tengono schiavi in una visione gretta di uomini e cose.
Ecco perché s’impone anzitutto di vedere chiaramente i fini della società politica; ma il fatto esige di stabilire i suoi rapporti con altre società, e di tutte con la persona umana, e però il problema si allarga ai rapporti tra naturale e soprannaturale. Solo infatti quando è veduto in questa sua totalità si fa possibile di stabilire con precisione e sicurezza il fine che come riferimento sicuro guiderà nel rispondere al quesito. E allora due distinti, anche se non divisi, aspetti del cristiano appaiono: il membro di una polis eterna e che agisce come tale, e il membro di una polis temporale, dalla prima non disgiunta ma ad essa orientata pur nell’autonomia di un fine suo da conseguire, il bene comune dei suoi membri, che anche attraverso ad esso all’eterna si congiungono.
Autonomia della politica (che non vuole certo dire dissociazione dall’etica): ecco una prima esigenza di cui i cristiani devono prendere coscienza abbandonando schemi passati, e in forza della quale sentano il valore umano della politica, come tale, e la sua forza di impegno».

(Giuseppe Lazzati, Esigenze cristiane in politica,
in «Cronache sociali», 1947, 4, p. 16).

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