07 Luglio 2009 Notizie

G. Lerner, Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità, Feltrinelli, Milano 2007

Partendo dalla propria identità complessa di ebreo apolide, che ha dovuto faticare per molto tempo (fino ai trenta anni) per vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana, Gad Lerner reagisce in questo libro alla tendenza, sempre più diffusa anche in ambienti insospettabili, a rivendicare la differenza come valore assoluto. Molteplici e disparate sono infatti le modalità sotto le quali questa tendenza oggi si manifesta: dalla riaffermazione (spesso in termini integralisti) dell’identità cristiana come forma di reazione a un (presunto) complotto di stampo laicista o al pericolo derivante dalla presenza di altre religioni (dell’Islam in particolare), alla celebrazione della propria alterità da parte di intellettuali ebrei che coltivano una narcisistica volontà di separazione (quasi la nostalgia del ghetto); dalla battaglia delle femministe per riappropriarsi della propria diversità, all’odio etnico che si sviluppa con sempre maggiore intensità sui campi di calcio con il ritorno persino delle svastiche; dal disfacimento dell’Ulivo dovuto alla volontà dei partiti di conservare il proprio patrimonio ideologico alla difesa dell’italianità delle imprese — si veda il caso di Cai — anche a costo di gravi perdite economiche. E l’elenco non si arresta qui: si pensi al ritorno dei nazionalismi, specialmente nei paesi balcanici dove si sono registrate (e tuttora si registrano) forme di violenza efferata, al costante incremento dell’autobiografia e della memorialistica, all’assolutizzazione del rispetto per la biodiversità, fino alla difesa delle differenze culturali di fronte alla minaccia della globalizzazione.
Gad Lerner non nega, in senso assoluto, l’importanza che riveste la questione dell’identità, sottolineando peraltro come «identità e differenza si manifestano nell’intimo di ogni dinamica umana, personale, familiare e di gruppo» (p. 209) e riconoscendo che sussistano nel presente motivi anche seri che spingono in tale direzione. Ma, nello stesso tempo, sottolinea con forza i rischi che si corrono imboccando radicalmente tale strada o abusando in maniera spregiudicata dell’antinomia identità-differenza: radici, tradizioni, identità sono infatti concetti che, se non vengono accuratamente controllati, possono comportare seri pericoli per lo sviluppo della convivenza civile; da essi scaturisce spesso una visione involutiva della realtà, nella quale prevale il ripiegamento sul passato piuttosto che la proiezione verso il futuro. D’altra parte, non è forse l’esaltazione della differenza una delle ragioni della sempre maggiore assuefazione alle disuguaglianze sociali, che sono state fortemente incrementate in questi ultimi anni senza suscitare peraltro grande scandalo? E non è, d’altronde, il privilegio assegnato alle differenze la ragione dell’accettazione, anche da parte delle femministe, di pesanti disuguaglianze, come quelle della badanti e delle serve?
La dialettica tra integrazione e preservazione dell’identità non può certo essere del tutto oltrepassata: la semplice integrazione, non accompagnata da un processo di interazione reciproca, implica l’asservimento delle culture minoritarie (e dunque deboli) a quella dominante, e perciò una resa incondizionata al potere del più forte. Ma ciò che deve essere assolutamente bandito è — come recita il sottotitolo — «l’abuso delle identità», la coltivazione del mito delle radici, l’esasperazione del bisogno di appartenenza e lo sviluppo di una retorica delle tradizioni. Alla presenza di questi atteggiamenti (in verità sempre più diffusi), Gad Lerner contrappone polemicamente l’apologia del meticciato e l’elogio del tradimento come virtù, fino ad affermare che fortunatamente, grazie all’avanzare del processo di globalizzazione, diventeremo sempre più «bastardi» e apolidi, ricuperando in termini positivi lo straniero che è in noi.
Ciò che Lerner ha di mira — in questo consiste la tesi di fondo del volume — è l’abbandono di ogni forma di particolarismo settario per imboccare la strada di un fecondo universalismo, che rivaluti valori come la mitezza e la debolezza e rinunci a ogni atteggiamento difensivo per favorire il confronto con ogni tradizione culturale e religiosa come con ogni altra forma di verità. Commoventi (anche per il grande coinvolgimento emotivo) sono, a tale proposito, le pagine dedicate alla testimonianza offerta dall’amico Alexander Langer definito «il prototipo cosmopolita di una cittadinanza europea proiettata nel futuro». La sua forte denuncia di un etnocentrismo, che si presenta oggi sotto le sembianze di un’egemonia diffusa e che costituisce l’incrinatura più consistente del paradigma culturale universale, si è infatti accompagnata, nel suo pensiero, alla rivalutazione di parole come osmosi, flessibilità, duttilità e soprattutto alla affermazione (più volte ribadita) che il futuro è di chi rompe lo schema delle identità codificate.
La profezia inascoltata di Langer è ripresa da Gad Lerner in questo interessante volume, che ha il genere letterario del pamphlet, nel quale alla provocatoria riflessione di fondo fa da contrappunto il racconto dell’avventura del cane bastardo J, modello emblematico di un modo di essere e di vivere che meriterebbe ai nostri giorni una sempre maggiore diffusione. Un bel libro, dunque, che, al di là degli accenti volutamente paradossali, contiene un messaggio prezioso, l’invito ad abbandonare facili (e illusorie) sicurezze per navigare con coraggio in mare aperto, accettando la dinamica dello scambio tra esperienze diverse e favorendo la promozione di reciproche contaminazioni, che, senza rinnegare le rispettive identità, creino le condizioni per lo sviluppo di una convivenza civile più ricca e più solidale.
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