Il Concilio Vaticano II
Giuseppe Lazzati scrisse per la rivista dell’Università Cattolica, «Vita e pensiero», questo editoriale, apparso nel numero di novembre del 1982, a vent’anni dall’apertura del Concilio Vaticano II. Vi poneva alcune esigenze di comprensione e attuazione dell’insegnamento conciliare che sono ancora di grande attualità e dimostrano al contempo la sua fiducia nel volto di Chiesa emerso in quell’assise e la sua appassionata ricerca di una più adeguata realizzazione di quelle istanze nel difficile cammino quotidiano dei credenti.
Servire il Concilio
11 ottobre 1962: vent’anni fa l’apertura del Concilio. La storia dei post-Concilio – la Chiesa ne ha conosciuto una ventina – dovrebbe constarci a non cedere all’impazienza del bilancio sbrigativo, tentazione sempre in agguato in questi casi. La storia potrebbe infatti utilmente ricordarci che in passato sono sempre stati necessari lunghi e sovente agitati decenni, quando non addirittura secoli, perché l’evento conciliare con le sue affermazioni dogmatiche e il dispositivo disciplinare-pastorale diventasse norma di vita per la Chiesa universale.
Per non fare che un esempio: il Concilio di Trento ha segnato la vita della Chiesa per almeno tre secoli, eppure la sua ricezione non è stata dappertutto né facile né immediata. Mentre San Carlo all’indomani dell’assise tridentina apriva subito a Milano i primi seminari, come il Concilio aveva disposto, il primo seminario tridentino in Francia porterà la data del 1635. E i decreti disciplinari approvati da Paolo IV nel 1564 saranno accolti dall’assemblea del clero a Parigi nel 1615.
Per questo, al di là dei mutamenti di facciata che qualche volta sono stati introdotti nell’immediato post-Concilio un po’ sbrigativamente, la presa di coscienza, la conversione che il Concilio ha provocato, richiederanno una lunga e fedele attuazione.
L’esperienza della collegialità
Ma, anzitutto, non dimentichiamoci che il Concilio c’è stato e ha, perciò stesso, riaperto nella Chiesa la grande e un po’ dimenticata esperienza della conciliarità, della collegialità. Il 15 settembre 1965 Paolo VI promulgava il «motu proprio», Apostolica sollicitudo, istituendo il Sinodo dei vescovi. Proprio l’esperienza della corresponsabilità episcopale vissuta nel Concilio aveva persuaso della validità di tale scelta. Da allora abbiamo avuto quattro sinodi episcopali della Chiesa universale, alcuni importanti sinodi nazionali (Olanda, Cile, Austria, Svizzera ecc.) e alcuni sinodi diocesani (ricorderemo per tutti quello di Cracovia).
Nel discorso tenuto ad Assisi a conclusione delle visite ad limina dei vescovi italiani, il Papa indicava per la corretta interpretazione del Concilio la «chiave sinodale», ovvero la ripresa permanente dei temi e soprattutto del metodo conciliare mediante la corresponsabilità dei vescovi alla guida della Chiesa. Quella che Giovanni Paolo II chiama la «chiave sinodale» è ben più che un semplice espediente per associare i vescovi alla guida della Chiesa: traduce piuttosto quell’intuizione-cardine del Concilio che pone nella chiesa locale o particolare il centro di gravità del popolo di Dio, del mistero salvifico. Che tale intuizione esiga oggi, a vent’anni di distanza, un rinnovato impegno di attuazione ci è suggerito almeno da due indizi. Anzitutto, la difficile crescita delle diverse forme di partecipazione alla vita della chiesa locale mediante i consigli presbiterali e pastorali, su scala parrocchiale e diocesana. In secondo luogo l’obiettiva difficoltà della chiesa locale a divenire luogo di compiuta educazione alla fede. È più facile che la chiesa locale sia il contenitore delle più svariate e talvolta conflittuali proposte educative che non essa stessa la promotrice della formazione pienamente ecclesiale. Che davvero la communio nella chiesa locale debba essere la preoccupazione dominante per i prossimi anni è confermato dal piano pastorale della Conferenza episcopale italiana per gli anni ʼ80, Comunione e comunità. Non solo, dicono i vescovi, è questo il tema più pregnante della riflessione conciliare, ma è anche quello che la particolare congiuntura ecclesiale oggi reclama come prioritario. Per questo non riusciamo davvero a comprendere l’atteggiamento di coloro che vedono, a tutti i costi, una contrapposizione tra il magistero del Papa e quello dei vescovi, accreditando la tesi di una sorta di sorda resistenza delle chiese particolari rispetto al magistero del vescovo di Roma.
Il laicato
Vi è un secondo aspetto dell’esperienza conciliare che richiede, a nostro avviso, ulteriore lavoro di scavo teologico e di invenzione pastorale. È quello che riguarda il laicato. Anche qui la «chiave sinodale» è preziosa. Proprio la lettera apostolica Evangelii nuntiandi di Paolo VI, sintesi dei lavori del Sinodo del 1974, esprimeva la comprensione che del laico il Concilio aveva maturato: «[…] la messa in atto di tutte le possibilità cristiane ed evangeliche nascoste ma già presenti e operanti nelle realtà del mondo» (n. 70). Una definizione che considera il laico a partire dal luogo tipico del suo impegno: il mondo in tutte le sue articolazioni politiche, sociali, culturali ecc. Ma, accanto a questa, quasi giustapposta a questa prima definizione, una seconda che comprende il laico come chiamato a collaborare con i Pastori attraverso «ministeri non ordinati ma adatti ad assicurare speciali servizi alla Chiesa stessa» (n. 37).
Il ministero, in passato compreso esclusivamente nei termini del ministero ordinato (diaconato, presbiterato, episcopato) viene qui dilatato ai ministeri quali quelli di catechista, animatori della preghiera e del canto, al servizio della Parola, di capi di piccole comunità o responsabili di movimenti ecc. Così la ripresa «sinodale» del Concilio pone alla riflessione teologica la necessità di una più compiuta comprensione di laicità e ministerialità nella Chiesa.
Ma occorrerà altresì che la formazione dei laici sia tale da renderli capaci di assumere questi compiti che la loro condizione battesimale comporta. E un elemento essenziale è certo la formazione teologica del laicato. Bisogna riconoscere che su questo versante non è mancato, specie negli ultimi anni, un lavoro serio. I laici sono venuti assumendo un compito sempre più importante di trasmissione della fede nella catechesi ai fanciulli, agli adolescenti e nella preparazione dei giovani al matrimonio. Recenti rilevazioni stimano a circa duecentotrentamila i catechisti laici in servizio alle chiese locali italiane. Le facoltà teologiche conoscono un importante aumento di studenti laici per i quali, purtroppo, non esistono sbocchi professionali ecclesiali adeguati. Una Chiesa che voglia davvero accogliere i diversi ministeri di cui è ricca non potrà non affrontare il problema degli studi teologici e religiosi nel sistema scolastico e universitario e, insieme, il problema di aprire spazi di lavoro per questi laici ormai attrezzati sul piano della formazione teologica. La programmazione pastorale, le iniziative dei movimenti ecclesiali e della stessa Azione cattolica non potrebbero guadagnare in serietà qualora valorizzassero il contributo di questi teologi laici?
La presenza nella vita sociale
E vi è un terzo aspetto del Concilio che ancora tocca da vicino il laicato e che, richiamato dal Papa nel già citato discorso di Assisi, dovrà impegnare le nostre comunità: «La condizione per compiere tale missione di animazione, di lievito evangelico, di ispirazione cristiana è appunto la realizzazione di un’attiva presenza nei diversi momenti e strutture della vita sociale».
Molti hanno più volte rimproverato al post-Concilio, qualcuno anche a taluni testi del Concilio, la responsabilità di una sorta di smobilitazione della presenza della Chiesa nella vita sociale. Si pensi ai fraintendimenti nei confronti della «scelta religiosa» dell’Azione cattolica, intesa appunto come scelta di latitanza spiritualistica; si pensi, al polo opposto, alla pretesa avanzata da alcuni gruppi di sottoporre l’appartenenza ecclesiale e la stessa partecipazione eucaristica a criteri di militanza politica o di classe sociale. Ma si pensi anche alla tendenza attuale di forti esperienze spirituali che rifuggono programmaticamente da qualsiasi forma di impegno sociale e di partecipazione politica. È la persuasione che la novità sperimentata nel proprio ambito di gruppo sia per sé sola capace di sprigionare la trasformazione delle complesse e certo spesso disumane strutture della nostra società. Non v’è dubbio che alla base di tali atteggiamenti stiano vere e proprie carenze di cultura teologica e cultura politica.
Abbiamo detto che non intendevamo fare bilanci, solo annotare qualche urgenza. E ora vorremmo guardare avanti: pensiamo che la funzione di una comunità ecclesiale davvero memore del Concilio dovrebbe essere quella di tener viva una tensione tra una vita interna che l’alimenta come intensa comunione e una vita esterna che l’espone agli occhi di tutti come una comunità dentro la città dell’uomo. Le nostre chiese locali dovranno realizzare questo equilibrio tra una circolazione interna di vita ecclesiale, con i suoi carismi e i suoi ministeri, e la propria naturale tensione ad essere quell’esperta in umanità, quel segno di unità di cui l’umanità ha bisogno. Per conseguenza l’arte di declinare insieme l’ecclesiale e il sociale sarà decisiva per l’avvenire di queste nostre comunità ecclesiali. Potremmo dire che, sul piano del linguaggio, le nostre comunità dovranno saper dar voce a una liturgia, vera e propria poesia della comunione di fede; e, insieme a un linguaggio quotidiano preso dentro gli usi di tutti gli uomini, una prosa. L’arte di vivere insieme la poesia della vita interna e la prosa del rapporto con il mondo assicurerà il futuro e la fecondità delle nostre comunità. Emblematico di questo stile ci è sembrato il documento dei nostri vescovi, giusto un anno fa, sulla situazione del nostro paese.
Oggi, passati i primi anni eccitati dell’immediato post-Concilio, la profezia di Giovanni XXIII è affidata alla memoria creativa delle chiese.