Appunti 3_2009
In memoria di Eugenio Zucchetti
› Luciano Caimi
Pubblichiamo un ricordo di Eugenio Zucchetti, sociologo del lavoro, laico e cristiano secondo l’insegnamento lazzatiano, fine intellettuale che tanto ha dato alla Chiesa e alla società milanese (e non solo) e tanto ha dato a Città dell’uomo e anche a questa rivista. Una malattia l’ha portato via a soli 57 anni alla famiglia, ai tre figli, alla università e alla società. Eugenio ci manca. Lo si dovrà ricordare con tutta la riconoscenza che merita. Ma per ora, almeno, lo vogliamo salutare così.
non trovo saluto più idoneo da rivolgerti in quest’ora del tuo congedo. Ciao è una parolina semplice e bella, direi anche “laica” e “democratica”, perché veramente alla portata di tutti. Esprime il senso di familiarità, di orizzontalità dei rapporti fra due persone. Ci siamo sempre salutati con un semplice “ciao”. Quel saluto riassumeva senza fronzoli il senso della nostra fraterna amicizia.
Faccio fatica a mettere a fuoco con esattezza quando abbiamo incominciato a frequentarci. Sicuramente a metà anni Ottanta, in Cattolica. Nel decennio successivo tu hai generosamente servito, con responsabilità crescenti, la Chiesa di Milano. In quel periodo io avevo più modesti incarichi ecclesiali, in particolare nella neonata Associazione culturale “Giuseppe Lazzati”.
Una volta finito il tuo mandato di Presidente diocesano di AC (1998), volesti interpellarmi, per sondare una mia eventuale disponibilità a questo servizio. Non so bene quale titolo di merito avessi agli occhi tuoi per pensare al mio nome ai fini di una carica così delicata. Certo, dell’Azione Cattolica avevo fatto parte sin da ragazzo. I percorsi di vita mi avevano condotto lungo altri sentieri d’impegno ecclesiale e non. Probabilmente il fatto di sapere della mia vicinanza al prof. Lazzati giocò la sua parte, almeno riguardo alle garanzie, per così dire, “ideologiche”. Fatto sta che diedi la mia disponibilità e le cose andarono come sai. Il card. Martini, al quale hai voluto tanto bene (ma anche lui te ne ha voluto), mi nominò Presidente.
Così sono subentrato a te in un incarico per il quale non avevo certo la tua preparazione (e nemmeno -sono sincero- la tua carica di generosità); preparazione da te maturata in anni di frequentazione del Centro diocesano e di gavetta in giro per decanati e parrocchie. È superfluo dire che questo passaggio ha concorso a cementare ulteriormente la nostra amicizia. Ricordi quante volte ti ho chiamato per avere consigli, soprattutto di fronte a qualche difficoltà con la Presidenza? Le tue risposte erano per me sempre illuminanti.
Siamo poi stati insieme in due organismi, di diversa finalità, che mi piace qui ricordare: il Consiglio di amministrazione della Fondazione “Giuseppe Lazzati” e quello della Fondazione Comunitaria Nord Milano. Nel primo ci siamo spalleggiati a vicenda per fare in modo che la Fondazione si proponesse sempre con limpidezza di riferimento all’opera e all’insegnamento del Professore al cui nome s’intitola. Dal momento che in questa primavera scadeva il nostro mandato nel CdA, ti avevo chiesto di riproporre il tuo nome come rappresentante di “Città dell’uomo” in seno a quel Consiglio. Mi rispondesti così il giorno dopo: “in Fondazione Lazzati ci resto senza problemi, se voi credete, salvo… le assenze da mettere in conto, ahimé, per salute”.
Nell’altro Consiglio di Amministrazione citato, tu sei entrato su segnalazione della Fondazione Lambriana, io del Comune di Bollate. Abbiamo fatto un pezzo di tragitto insieme, nel quale ho potuto apprezzare la tua sempre lucida intelligenza circa problemi di natura sociale e i progetti di intervento sul territorio. Pure in questo caso il mandato triennale è in scadenza: mi sentirò molto più solo nelle riunioni che ci attendono presso la sede di Sesto San Giovanni!
Ma quello che mi preme maggiormente sottolineare è l’esperienza che dall’estate 2008 avevamo intrapreso insieme nel Consiglio direttivo di “Città dell’uomo”. Tu saresti stato il candidato ideale per succedere all’amico Guido Formigoni nell’incarico di Presidente. Però fecero da ostacolo i crescenti problemi di salute. Fu così che la scelta cadde sul sottoscritto. Accettasti di fare il mio vice, e sai quanto la cosa mi piacque. Con te al fianco mi sentivo più tranquillo, consapevole come fui, sin dall’inizio, della grave responsabilità di presiedere l’associazione di cultura politica fondata dal professor Lazzati. Abbiamo fruito del tuo prezioso contributo sino al Natale 2008. Poi le cose hanno incominciato a volgere al peggio. Ti informavo sistematicamente dei lavori del direttivo, ricevendo sempre parole d’incoraggiamento.
Il tuo così prematuro congedo m’induce a spingermi un po’ oltre, per provare a esporre ad alta voce alcuni tratti distintivi che ho colto nel tuo luminoso passaggio in mezzo a noi. È un esercizio che sento necessario per non lasciare evaporare nell’esile trama della commozione momentanea l’eredità di una testimonianza forte e generosa.
Ho detto della nostra amicizia fraterna. Ci siamo sempre intesi sui punti caratterizzanti della nostra vita di semplici laici nella Chiesa e, congiuntamente, impegnati nelle “cose” di questo mondo.
In te, Eugenio, ho sempre apprezzato uno stile laicale limpido e schietto con chiari aspetti distintivi: la responsabilità primaria verso i doveri di marito e di padre; la cura per un’abitazione che, senza essere lussuosa, doveva però presentarsi accogliente, ordinata e idonea alle esigenze crescenti della famiglia (l’ultima volta che venni a casa tua mi parlasti con evidente soddisfazione del fatto di essere riuscito ad ampliare l’appartamento); la fedele osservanza degli impegni assunti; l’adempimento scrupoloso dei compiti professionali; e non trascurerei il gusto per un abbigliamento sempre appropriato (la sciatteria, anche su questo versante, non è virtù…).
Ma per te lo stile laicale significava anche un modo d’essere e di stare dentro la comunità ecclesiale. Nutrivi un grande amore per la Chiesa e ti sentivi in perfetta sintonia con il modello di essa fornito dal Concilio. Proprio per questo mal sopportavi comportamenti e scelte ispirati a clericalismi di ritorno, intromissioni più o meno dirette della gerarchia in politica e nei campi dove deve esercitarsi, in senso proprio, la legittima autonomia dei laici. Quante confidenze e occasioni di confronto abbiamo avuto su questi punti, in merito ai quali anch’io la pensavo (e la penso) esattamente come te! Sei stato anche tu, come il nostro maestro Lazzati, un laico obbediente, ma “in piedi” e sempre contraddistinto dal gusto per la parresia, cioè per quel parlare rispettoso eppure franco, troppo poco esercitato nelle nostre comunità.
Ma l’amore per la Chiesa non ti ha mai indotto a restringere gli orizzonti della responsabilità laicale nei confini intra-ecclesiali. Hai fatto consapevolmente tua la lezione conciliare, per la quale compito irrinunciabile dei laici è quello di “ordinare” le “realtà temporali” “secondo Dio” (Lumen gentium, 31). In questo senso è sempre stata viva in te una genuina passione civile, manifestata tanto nell’adesione a molteplici iniziative di animazione e promozione socio-culturale, quanto nell’interesse costante per la politica. Già, la politica. La seguivi da intellettuale “esterno”, ma vivamente partecipe. Con occhio disincantato, non potevi non provare sentimenti di sconforto o d’indignazione sia per l’immaturità di troppi cattolici rispetto al (ben) “pensare politicamente”, di cui ci parlava Lazzati, sia per il desolante quadro dei nostri partiti e per lo spettacolo deprimente di troppi nostri governanti.
Credo debba essere ascritto pure alla tua sensibilità verso le “cose serie” della vita l’esserti dedicato agli studi di sociologia del lavoro. Il lavoro era considerato da te non in termini “freddi”, meramente statistico-economici, ma piuttosto come “osservatorio” cruciale per comprendere le dinamiche profonde, i cambiamenti, le aspirazioni e le inquietudini della società contemporanea. Da qui, fu pressoché inevitabile che nei tuoi studi trovasse sempre più spazio l’interesse per la “città”, con le sue straordinarie risorse, ma anche con i suoi mille problemi e le conseguenti difficoltà di sperimentare nella convivenza cittadina la “convivialità delle differenze” (don Tonino Bello). L’annuale Rapporto su Milano, che dal 1990 hai curato per conto della Fondazione Ambrosianeum, è un’eredità preziosa di cui ti siamo grati. Una iniziativa, che, anno dopo anno, registrò crescente consenso non solo fra gli “addetti ai lavori”.
Tutto questo appartiene ormai al passato, alle vicende transeunti, eppure così importanti, del tuo pellegrinaggio terreno. Adesso, Eugenio, vivi nell’eterno presente. Hai dischiuso gli occhi sulla luce abbagliante di un incontro che noi, quaggiù, possiamo solo sperare e pregustare nella fede.
Mi piace immaginare che quando, nella turba sterminata dei santi in adorazione dell’Agnello, ti ha incontrato il professor Lazzati si sia rivolto a te con parole semplici di questo tenore: “Ciao, sei qui anche tu?”. Sì, Eugenio, ormai sei lì anche tu nella Patria beata. Noi continuiamo il cammino condiviso con te sino a pochi giorni fa. Un po’ più soli e tristi, ma arricchiti del dono della tua preziosa testimonianza.
Confidando di cuore nel tuo aiuto, ti saluto con il consueto “ciao” della nostra amicizia,
Luciano